In questi giorni è tradizione a Catania fare Il giro Agatino ovvero visitare i luoghi del martirio di Sant’Agata. Quest’anno sarò io a guidarvi in questo tour virtuale nei luoghi di Sant’Aituzza.
Il culto di Sant’Agata è molto antico; Agata fu martirizzata dal proconsole Quinziano il 5 febbraio 251.
Si narra che nel 264 il vescovo avrebbe eretto una edicola votiva in una cripta nei pressi del carcere; dopo l’Editto di Costantino venne costruita una chiesa dal 380 al 436. Qui vennero trasferite le reliquie della santa. Si tratta della Chiesa di Sant’Agata la Vetere ovvero l’antica Cattedrale di Catania dedicata ad Agata nel 380 d.C.
Il nostro percorso inizia da questa Chiesa situata nell'omonima Piazza Sant'Agata la Vetere.
All’ingresso, sul lato sinistro, è possibile ammirare una teca protetta da un vetro in cui si trova una cassa in legno dove si dice siano state custodite le spoglie di Sant’Agata per oltre 500 anni.
È possibile ammirare l’antico sarcofago in pietra che si trova ai piedi dell’altare maggiore di origine romana da cui nel 1040 il generale bizantino Maniace avrebbe trafugato le reliquie di Sant’Agata per portarle a Costantinopoli.
Il terremoto del 1693 distrusse completamente la chiesa, quella che vediamo oggi è una ricostruzione del 1722 ad eccezione della cripta sotterranea che conserva ancora gli scolatoi per la mummificazione dei cadaveri.
Il percorso prosegue scendendo per Via Cappuccini e si arriva a Largo Carcere dove si trova il Santuario di Sant'Agata al Carcere.

Il Santuario di Sant'Agata al Carcere è uno dei luoghi centrali attorno al quale ruota la vicenda della giovane Agata. Secondo il racconto tramandato dagli Atti del Martirio, Agata viene richiusa una prima volta dopo i 30 giorni trascorsi nella casa della matrona Afrodisia, poi viene riportata nel Carcere dopo il martirio delle mammelle e qui riceve la visita di San Pietro e dell’angelo che la guariscono dalle sue ferite in nome di Cristo; infine al carcere si conclude la vicenda terrena di Agata, il 5 Febbraio 251, dopo l’ultimo martirio della fornace. Per questi motivi il luogo che la tradizione riconosce come il Carcere della Martire, ha sempre avuto un ruolo molto importante nella devozione agatina dei catanesi, che ogni anno nei giorni della festa in migliaia vengono al Santuario in pellegrinaggio. Il Santuario dunque custodisce la preziosa memoria del Martirio di Agata e della tradizione legata a questi luoghi; ma esso è anche scrigno di storia e di arte.
La facciata della chiesa è impreziosita dal portale svevo, che originariamente si trovava nell’antica Cattedrale di Catania e che, a seguito del terremoto del 1693, fu spostato prima presso il Palazzo municipale e poi nel 1762 a Sant’Agata al Carcere.

Le recenti esplorazioni archeologiche hanno mostrato sul sito della chiesa una stratificazione, che si fa risalire fino al VI secolo a.C. con alcune strutture identificate come parte dell’antica cinta muraria che proteggeva la città greca. Le indagini più interessanti però si sono concentrate proprio sugli ambienti del cosiddetto “carcere”, tradizionalmente attribuiti al luogo in cui fu rinchiusa Agata.
Sulla parete nord della navata della chiesa, accanto alla porta del Carcere, una piccola nicchia conserva quelle che la tradizione indica come le orme di S. Agata. In merito all’episodio esistono numerose versioni: la più nota narra che, condotta dinanzi al pretore Quinziano che la interrogava e la esortava a venerare gli dei pagani, Agata abbia risposto: “E’ più facile che si rammollisca questa pietra, piuttosto che il mio cuore alle tue blandizie” e così detto battendo con il piede sul pavimento vi abbia lasciato le impronte.
Dalla porta del carcere si entra in una prima sala che è stata datata con certezza all’epoca romana.
Superata la prima sala si apre un secondo vano che si affaccia sulla piazzetta antistante la chiesa: si tratta chiaramente di un ambiente più tardo rispetto al precedente ricavato all’interno delle mura spagnole di Carlo V che nel XVI sec. vennero erette in prossimità del santuario, inglobandone le strutture all’interno del cosiddetto “Bastione di Sant’Agata” e che sono tuttora chiaramente riconoscibili dall’esterno.
Nella tradizione catanese, uno dei dolci tipici legati alla festa di Sant’Agata è rappresentato dalle cosiddette “Olivette”, dolcetti in pasta di mandorle con colorante verde, e ricoperti di zucchero, cioccolato o caramello. Le origini di questa tradizione sono legate ad un episodio della vicenda agatina. Si narra infatti che Agata, riportata in carcere dopo l’interrogatorio di Quinziano, si sia fermata lungo la strada per allacciarsi un sandalo e che proprio in quel punto sia nato un olivastro. Dopo il martirio della giovane, i catanesi cominciarono a raccogliere i frutti di quell’albero sacro per ricavarne un olio miracoloso, in grado di lenire i dolori e curare le malattie. In memoria di tale tradizione, nel 1926 – in occasione del VIII centenario del rientro delle reliquie di Agata da Costantinopoli – fu piantato un olivo nella piazzetta del Santo Carcere.
Il nostro percorso si conclude con la visita alla Chiesa di San Biagio meglio conosciuta dai catanesi come Sant'Agata alla fornace che si trova su Piazza Stesicoro e sovrasta l'anfiteatro romano.
Secondo la tradizione infatti, proprio sul terreno in cui sorge San Biagio si trovava la fornace in cui la giovane Agata subì il martirio. Al suo interno, nella cappella che si trova alla destra dell’altare si possono vedere i resti di quella fornace, mentre un affresco del 1938 firmato da Giuseppe Barone, racconta quei momenti vissuti da Sant’Agata.
La storia poi si confonde con i racconti tramandati nel corso dei secoli, secondo i quali per miracolo i tizzoni si spensero per evitare che la giovane Agata morisse bruciata. Nella chiesa si può ammirare il luogo dove presumibilmente furono accesi i carboni ardenti.
La giovane martire Agata divenne ben presto patrona della nostra città e al suo culto è legata la convinzione che Sant’Agata protegga Catania dal fuoco che più volte ha tentato di distruggere la città. Il velo di Sant’Agata un anno dopo la sua morte, nel 252, fu portato in processione per arrestare la colata lavica dell'Etna. Viva Sant'Agata.
Maria Luisa